43 anni fa si andava per l’ultima volta sulla Luna: perché non ci torniamo più?

Gene Cernan, comandante della missione Apollo 17, nella valle di Taurus-Littrow sulla Luna. Insieme con lui, sulla superficie del satellite si trovava Harrison Schmitt, mentre Ron Evans era il pilota del modulo di comando NASA / Harrison H. Schmittapollo-17-luna

Esattamente 43 anni fa, il 7 dicembre del 1972, per l’ultima volta nella storia una navicella con a bordo degli esseri umani stava partendo diretta verso la Luna: i tre astronauti dell’Apollo 17 erano consapevoli che la loro missione sarebbe stata per molto tempo l’ultima con equipaggio a raggiungere il nostro satellite, ma probabilmente neanche loro si aspettavano di dover aspettare così tanto.

Al di là dei satelliti in orbita e delle due sonde allunate con successo (la sovietica Luna 24 nel 1976 e la cinese Chang’e 3 nel 2013), da allora nessuna missione con equipaggio è mai più stata organizzata e, con l’eccezione del programma statunitense Constellation, neppure pianificata. Sono in molti a chiedersi come mai, dal momento che il successo del programma Apollo sembrava spianare la strada verso una nuova era dell’esplorazione spaziale. La risposta, a seconda dei punti di vista, può essere considerata semplice o complessa: per iniziare a capire è proprio il caso di partire da quella missione di 43 anni fa.

Apollo 17 è stata una missione storica, sotto molti punti di vista: si è infatti trattato della più lunga permanenza sul nostro satellite (poco meno di 75 ore), nonché della missione caratterizzata dalle attività extra-veicolari più lunghe (oltre 22 ore). Inoltre, è stata anche l’unica occasione nella quale uno scienziato ha potuto esplorare la superficie della Luna.

Quando nel 1970 furono cancellate le missioni Apollo 18,19 e 20, ci fu grande pressione sulla NASA affinché si desse la possibilità di raggiungere il nostro satellite ad un geologo, piuttosto che ad un astronauta con un addestramento in geologia. La scelta ricadde su Harrison Schmitt, lo scienziato che aveva addestrato gli astronauti Apollo per le loro attività sulla superficie lunare. Non può essere decisamente considerato casuale il fatto che sia stato proprio Schmitt a raccogliere quello che la stessa NASA considera “il più interessante campione riportato dalla Luna”, conosciuto come Troctolite 76535.

Non è quindi assurdo dire che Apollo 17, segnando la più lunga permanenza sul nostro satellite, sia anche stata la missione che ha raccolto alcuni dei risultati più interessanti dal punto di vista scientifico dell’intero programma. Un futuro viaggio verso la Luna dovrebbe quindi andare ben oltre quel successo: “Qui c’è molto più che bandiere ed impronte: andremo a stabilire una prolungata presenza umana nello spazio”, spiegava qualche anno fa John Olson, che ai tempi era il direttore della divisione per i sistemi di esplorazione della NASA.

Il “qui” al quale si riferiva era il programma Constellation (che prevedeva missioni con equipaggio verso l’ISS, la Luna e Marte), che poco dopo sarebbe stato dichiarato da Barack Obama “fuori budget, in ritardo sulla tabella di marcia e carente nell’innovazione”. Finanziare quelle missioni avrebbe richiesto uno sforzo economico enorme: l’ultima revisione si era fermata intorno ai 150 miliardi di dollari che, seppur spalmati su più anni, sarebbero stati una cifra impossibile da ritagliare nel complesso budget federale statunitense.

Anche se negli anni ’60 il livello tecnologico era decisamente inferiore a quello che abbiamo oggi, la situazione era molto diversa dal punto di vista finanziario. Nel 1961, in un celebre discorso davanti al Congresso, il presidente John F. Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto “prendere l’impegno di raggiungere, prima della fine del decennio, l’obiettivo di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra“. Non si trattava certo di una promessa da poco: 8 anni sembravano un lasso di tempo troppo breve.

D’altro canto, c’era un fortissimo incentivo: l’Unione Sovietica, aveva preceduto gli Stati Uniti sia nella messa in orbita del primo satellite (lo Sputnik) sia nel mandare il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin nell’aprile 1961, un mese prima del discorso di Kennedy). Il “grande nemico”, che puntava anch’esso a raggiungere la Luna con i suoi cosmonauti negli anni a venire, andava battuto a qualsiasi costo. L’opinione pubblica accettò quindi di buon grado il fiume di denaro che le amministrazioni Kennedy e Johnson riversarono sulla NASA.

Tutti i lanci delle missioni che hanno utilizzato i razzi Saturn VTutti i lanci delle missioni che hanno utilizzato i razzi Saturn V  NASA

Gli investimenti in questo senso furono enormi: progettazione, sviluppo, costruzione ed esercizio dei razzi Saturn V costarono da soli 6,41 miliardi di dollari tra il 1964 ed il 1973, una cifra che adeguata all’inflazione corrisponderebbe a 41,4 miliardi. L’intero programma Apollo costò ai contribuenti americani qualcosa come 100 miliardi di dollari odierni. Tanto per fornire un raffronto, il budget richiesto dalla NASA al governo USA per il 2016 è di “appena” 18,5 miliardi.

Quello fu l’impegno economico richiesto per delle missioni “toccata e fuga” come quelle Apollo. Ma, come detto, tornare sulla Luna oggi imporrebbe di porsi degli obiettivi che vadano molto al di là di “bandiere ed impronte”. Ci sarebbe infatti la necessità di programmare una permanenza che si prolunghi nell’ordine delle settimane, se non dei mesi, in modo da poter effettuare analisi scientifiche di ben altro livello rispetto a quelle possibili nell’era-Apollo.

Il problema è che non siamo più in possesso di quella tecnologia, dal momento che tutti i razzi Saturn V sono stati utilizzati: i vettori attualmente in circolazione (non soltanto alla NASA, ma nelle agenzie spaziali di tutto il mondo) non hanno assolutamente la capacità di trasportare al di là dell’orbita terrestre bassa il payload necessario ad intraprendere una missione del genere. E svilupparne di nuovi ha un costo, che al momento è troppo elevato.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai non si decida semplicemente di costruire dei nuovi Saturn V, visto che si tratta di veicoli che hanno dimostrato di essere adatti allo scopo. In primo luogo, anche il payload di questi razzi (48.600 kg per la traiettoria di inserzione lunare) risulterebbe scarso in relazione a quelli che sarebbero gli obiettivi di una nuova missione con equipaggio diretta verso la Luna.

apollo 15 luna saturnPartenza della missione Apollo 15, 26 luglio 1971  NASA

Ma se anche stessimo parlando di un veiclo perfettamente confacente a queste necessità, bisogna coniderare che gli impianti nei quali furono costruiti i Saturn V sono stati chiusi o modificati, ed anche gli stampi dei vari pezzi non esistono più. Molti dei materiali, diventati obsoleti, andrebbero sostituiti. Ma questo significherebbe modificare completamente il veicolo: cambierebbe la sua massa, cambierebbero gli stress meccanici ai quali sarebbe sottoposto, cambierebbero le interazioni fra i vari componenti. Questo richiederebbe anni di simulazioni al computer e poi di test, prima di poter anche solo pensare di partire per la Luna.

Purtroppo, per poter di nuovo permettere ad un essere umano di camminare sul suolo lunare, sarà necessario progettare ex novo un veicolo di enorme potenza. E per farlo saranno necessari investimenti notevoli, che al momento non possono essere fatti: sarebbe impossibile fare accettare ai contribuenti (siano essi americani, europei, cinesi, indiani o di qualsivoglia altra nazione con un programma spaziale) una simile spesa, quando sono già in tanti a non capire perché siano in corso esplorazioni di Marte, di Plutone, delle comete e di vari corpi celesti, quando ci sono tanti problemi qui sulla Terra.

Di certo, non ci sarà da aspettare molto per veder allunare una missione senza equipaggio: l’anno prossimo potrebbe essere la volta della prima missione privata sul nostro satellite, quando tre dei team in gara per il Lunar Google X Prize dovrebbero riuscire a portare i propri lander sulla superficie della Luna, magari tentando di esplorare uno dei siti delle missioni Apollo.

Tra le varie missioni lunari che dovrebbero essere effettuate entro il 2020 spiccano quella indiana con Chandrayaan-2, in partenza tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, e quelle cinesi: Chang’e 4 e Chang’e 5 raggiungeranno il satellite entro la fine del decennio, con la seconda che avrà anche l’obiettivo di riportare sulla Terra dei campioni della superficie per la prima volta dal 1976.

La Terra "sorge" oltre l'orizzonte lunareLa Terra “sorge” oltre l’orizzonte lunare  NASA/Project Apollo Archive

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